SABATO 1 NOVEMBRE, ore 16.00 CINEMA LA COMPAGNIA (106 MIN, v.o. sott. it. e ing.)

L’inconnu de la Grande Arche

Di Stéphane Demoustier

con Claes Bang, Sidse Babett Knudsen, Xavier Dolan

in collaborazione con Ordine e Fondazione Architetti Firenze

intervengono gli architetti Massimiliano Fuksas e Valerio Barberis

Regista: Già presente a France Odeon nel 2014 con Terre battue, film d’esordio presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, fu tra i primissimi a parlare di giovani tennisti. Nel 2017, dirige Allons enfants, selezionato alla Berlinale (Generation). La Fille au bracelet, presentato al Festival del cinema di Locarno è del 2019, premiato con il César per la miglior sceneggiatura non originale. Nel 2023 dirige Borgo, che vale a Hafsia Herzi il César come migliore attrice.

Durata

106'

Genere

Drammatico

Fotografia

David Chambille

Sceneggiatura

Stéphane Demoustier

Scenografia

Catherine Cosme

Musica

Olivier Marguerit

Produzione

Ex nihilo

Distribuzione Internazionale

Le Pacte

Distribuzione in Italia

Movies Inspired

C’è un cubo laggiù che da qualche tempo si erge sulla linea dell’orizzonte della città tentacolare.
C’è un cubo laggiù dove l’occhio si perde nel vuoto e dove i capricci del cielo si riflettono sul bianco marmo. È l’Arco della Défense. Dell’architetto che lo ha ideato non si sa più delle lettere che compongono il suo nome: Otto Von Spreckelsen. Un forestiero dicono, un professore, un “inconnu”. Ed è così che il regista Stéphane Demoustier, sulla scia del libro di Laurence Cossé La Grande Arche, racconta della straordinaria impresa del danese che vinse il concorso internazionale, lanciato nel 1983 dal presidente Mitterrand, per la costruzione di un monumento simbolo del nuovo quartiere parigino dedicato all’economia. Ad interpretare Von Spreckelsen un sottile Claes Bang, già protagonista per Ruben Östlund in The Square, vincitore Palma d’oro a Cannes, che con eleganza riesce a restituirci l’immagine di un uomo visionario alle prese con le terrene insidie della politica francese di quegli anni. E dalle nostre sedie di spettatori siamo chiamati a chiederci se sia più l’ambizione o la vocazione a spingere l’uomo alle grandi imprese. Dove giace il confine labile tra cecità e visione e quando sia giusto cedere il passo ai limiti che la condizione umana ci impone.
C’è un cubo laggiù, che ci ricorda che siamo tutti sconosciuti davanti all’infinito della storia umana.